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Ideas

L’Enorme-chissenefrega


FiberCredo possa diventare un neologismo: l’Enorme-chissenefrega in contrapposizione al Grande-wow ce lo ha suggerito Luca De Biase in un recente post del suo blog che vi invito a leggere. Perché mi ha colpito? Per il fatto che, da qualche tempo, pensavo che intorno all’idea di innovazione si fosse costruito un mito italiano (non solo italiano per la verità) della Start-Up che andrebbe un po’ investigato e, se possibile, riportato al “piano terra” del mondo reale. Non è più epoca di tirare in ballo il Grande-wow quando l’oggetto in questione è un’app la cui probabilità di “cambiare il mondo” è Zero e il tempo speso a realizzarla di classe decisamente Junk. Non è di app iOS o Android che ha bisogno l’Italia dell’innovazione. Bisogna che su questo punto si trovi un accordo. Lo dico in modo provocatorio, è ovvio. Può darsi che domani un giovanotto di questi lidi inventi l’app che stavano aspettando un miliardo di persone. In quel caso il Grande-wow lo diremo a giochi fatti, ma tolto il poco probabile jackpot, per giocare bene la partita dell’innovazione qui da noi dovremmo partire da quello che rende unico il nostro contesto e lì intorno farsi venire delle idee.

Voglio fare un esempio sul quale mi sono esercitato (per gioco) non molto tempo fa. Parlando con un po’ di amici, mi ero convinto che l’automazione e la meccatronica italiana fossero nella posizione ideale per lanciarsi nella sfida della robotica con ottime chance di successo. Penso ai risultati ottenuti dall’Istituto Italiano della Tecnologia (iit) con la piattaforma robotica Open Source iCub o con il concorrente operaio Walkman al Darpa contest 2015, pronto a sfidare fra gli altri i giganteggianti laboratori di Google e Honda. Le tecnologie robotiche nate per l’automazione delle linee di produzione industriali stanno aumentando la propria intelligenza e autonomia e presto le vedremo applicate in campi civili e militari, forse antropomorfe, fatte di metallo, plastica, microprocessori, batterie e motori. L’incubo di macchine semi biologiche alla Terminator magari non si realizzerà mai, ma certamente c’è spazio per molte idee innovative. Prendiamo i motori.

Un robot antropomorfo monta alcune decine di motori elettrici per il movimento degli arti, ma è chiaro che il moto rotativo non è l’ideale, altrimenti la natura ci avrebbe provvisto di ruote invece di braccia e gambe. Quello che servirebbe, insomma, è qualcosa di simile a dei muscoli. E nemmeno un anno fa è accaduta una cosa sorprendente. Un gruppo di ricercatori ha scoperto che il poliammide (Nylon) ha una proprietà interessante. Un normale filo da pesca sottoposto a torsione produce delle “molle” sensibili alla temperatura in grado di contrarsi come fibre muscolari. Il poliammide è una commodity, un materiale diffuso ed estremamente economico. La tecnica ideata per la produzione dei muscoli sintetici è semplice, anche se per sfruttare le proprietà meccaniche delle molle di poliammide occorre la capacità di controllare in modo dinamico la temperatura della fibra. Tuttavia, l’efficienza dei muscoli sintetici appare promettente. Lo studio pubblicato da una rivista scientifica costava 20$ e quando l’ho acquistato sei mesi fa, lo avevano scaricato 60 mila persone. L’idea sarà verosimilmente protetta da brevetto, ma siamo solo all’inizio.

In italia ci sono giovani creativi, ingegneri, medici, chimici, designer. C’è esperienza manifatturiera nei campi dell’automazione e del tessile per immaginare un nuovo campo di contaminazione multidisciplinare. Menti brillanti e collaborative potrebbero trasformare l’intuizione del poliammide nella nuova generazione di attuatori di moto delle prossime generazioni di robot, in grado di riprodurre le capacità biomeccaniche del regno animale. Forse qualcuno ci sta già pensando, forse ancora no. Chi vuole è ancora in tempo per farci pronunciare un Grande-wow.

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