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Titoli, lettori, scrittori e altre …


L’articolo ormai famoso di Antonio Scurati su La Stampa ha trovato molto spazio in rete e altri stanno scrivendo sul tema dei libri e degli smartphone, del declino delle vendite e dei lettori, della marginalizzazione del libro nella moderna formazione culturale della società. L’ipotesi di Scurati, fatta di bulimia degli editori e di cazzeggio dei lettori con uno smartphone in mano, ha un certo fascino e ha dato voce a chi è stanco di vedere stampati libri di scarso o nessun valore destinati a rimanere perlopiù invenduti. Scurati parte da una giusta osservazione: 60 mila titoli pubblicati in un anno e in gran parte novità sembrano (forse sono effettivamente) sproporzionati in un Paese in cui tradizionalmente si legge poco, ma l’analisi che ne segue, benché voglia essere chiaramente provocatoria, non coglie il punto centrale della questione. La prima cosa da mettere a fuoco e da capire è che si pubblica tanto perché il modello di vendita lo richiede. Il modello di vendita è push, le librerie sono magazzini aperti al pubblico controllati da pochi soggetti, in cui l’elemento di attrazione sono i “colori” che cambiano quasi ogni giorno. Gli specialisti del business sono uomini di finanza e di logistica. Non c’è molto altro da dire. Credere all’immagine della signora che ha inventato l’idea dell’editore che con i suoi titoli pubblicati si stampa tanti biglietti della lotteria a caccia del best seller è una fantasia. Magari la signora esiste e lo ha detto veramente, ma si dicono tante cose. Non credo che esista alcun editore al mondo che pensi veramente che le probabilità di successo aumentino con la quantità dei titoli pubblicati, mentre è vero l’esatto opposto: se si pubblicasse un solo titolo quello sarebbe l’unico best seller del pianeta. Ma veniamo al punto sociale della storia, quello più debole: le mani che stringono degli smartphone per cazzeggiare. Quale è esattamente la novità? La tecnologia, il desiderio di cazzeggiare, la combinazione delle due cose, il fatto che si veda, la maledetta deriva culturale del popolo che non ama più leggere grandi (e lunghe) opere? Non c’è dubbio che la tecnologia produca nuovi comportamenti, forse ci cambierà anche col tempo, ma certamente non inquina le menti e non le indebolisce, anzi. Bisogna riportare il discorso nel modo reale anche se capisco può disturbare l’industria (e gli autori che di industria campano). La tecnologia apre nuove possibilità. Scurati, per esempio, non ci parla di un fenomeno fantastico: la moltiplicazione degli scrittori e degli autori indipendenti. Le piattaforme di auto-pubblicazione sono diventare talmente sofisticate, potenti, versatili e sociali, da scuotere il sistema editoriale tradizionale dalle fondamenta. La tragedia dell’industria è lì. Mentre, dal punto di vista culturale, il fatto che ci siano più autori e più persone che nella loro cerchia ristretta di amici hanno un autore, una persona che scrive, che li convince a leggere il loro libro, magari il primo libro letto, un libro qualsiasi, dei libri e, insomma, scoprire quanto è interessante leggere, è una cosa bellissima. Questa è cultura, diffusa, presente, viva. Non mi viene in mente alcun altro concetto di cultura, se non questo e l’idea di pubblicare di meno è un non senso.

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Discussione

3 pensieri su “Titoli, lettori, scrittori e altre …

  1. L’ha ribloggato su gianmaria semprinie ha commentato:
    Grazie mille ciao

    Pubblicato da gianmaria jimmy dj | 10 dicembre 2015, 4:33 PM
  2. Interessantissimo

    Pubblicato da gianmaria jimmy dj | 10 dicembre 2015, 4:34 PM

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