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Biology

Il cervello nascosto nel passato


Con “Evoluzione: la Sintesi Moderna” (1942), Julian Huxley spiegava che i fenomeni evolutivi della selezione naturale si fondano su variazioni genetiche graduali, non necessariamente lineari nel tempo, e consistenti in sequenze di piccoli cambiamenti messi alla prova dall’ambiente. Huxley determinò un radicale miglioramento nella comprensione dell’evoluzione e, ancora oggi, i suoi concetti sono oggetto di perfezionamento in linea con i progressi ottenuti dalle scienze biologiche.

Dal punto di vista della paleontologia, la Sintesi non produsse immediatamente i suoi frutti. I fossili permettono la valutazione della morfologia scheletrica, ma in linea di massima non le analisi genetiche, eppure si continuò per decenni a sviluppare genealogie di specie sostanzialmente prive di fondamento nel quadro concettuale proposto dalla Sintesi. Il valore conoscitivo attribuito ai fossili guidò ancora a lungo la ricerca sul campo del fossile progenitore che, in un percorso ideale, da specie inferiori procedeva verso l’uomo posto al vertice dell’evoluzione. In questa visione vi era, forse, il bisogno di riformulare l’idea della creazione entro limiti compatibili con le idee darwiniane, elemento questo che sotto certi aspetti persiste ancora oggi nella convinzione di una larga parte dell’opinione pubblica (Gallup, 17/12/2010).

Nel disegno della genealogia fossile e in mancanza di prove genetiche risalenti al lontano passato, la paleoantropologia prese in considerazione quei caratteri umani che sono osservabili anche nella morfologia dei fossili: l’andatura bipede provata dalle articolazioni, la dentatura caratterizzante il regime alimentare e soprattutto il volume del cervello portato come prova di processi cognitivi intelligenti “moderni”. Il ritrovamento di strumenti, suppellettili, ornamenti e altri elementi collegati a insediamenti di specie primitive permise di stabilire con un certo grado di attendibilità il livello di maturità tecnologica raggiunto nel corso del tempo.

Questo lavoro portò alla costruzione di una mappa dei volumi cerebrali (schematicamente riprodotta nell’immagine a lato), che estesa a un periodo di circa 7,0 milioni di anni, costringe ad ammettere che per una lunga parte del percorso evolutivo, la disponibilità di massa cerebrale non determinò migliori capacità intellettive. Per contro, in un periodo relativamente più recente, le prove di un comportamento effettivamente intelligente, ne affermano lo sviluppo sorprendentemente rapido.

Ciò ci costringe a formulare due considerazioni abbastanza critiche. La prima è che la massa cerebrale non sembra sufficiente a produrre di per sè un’intelligenza distintiva, pertanto occorre chiamare in causa altri elementi come la struttura cerebrale, i processi cognitivi, il linguaggio, tutti aspetti evidentemente non osservabili nei fossili. La seconda, ma non meno importante, è che i modelli matematici sviluppati per stimare il tempo necessario allo sviluppo delle capacità cognitive, tendono a mostrare che una sequenza di 25.000 generazioni è sufficiente a produrre capacità cognitive distintive. Il quesito che ne discende riguarda la possibilità che lo sviluppo di un’intelligenza distintiva (qualsiasi cosa si voglia intendere con tale termine) si possa essere verificato sulla linea evolutiva che conduce all’uomo, molto prima di quanto comumemente si pensi. A sostegno di questa ipotesi, esistono intriganti indizi sui quali si sviluppa il lavoro di The Human Origins Project.

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