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Una storia diversa


La narrazione dei primi sette milioni di anni dell’evoluzione umana parte dallo studio dei fossili ed è soggetta alle revisioni che qualche nuova scoperta potrà suggerire col tempo. Se ci chiedessimo, però, quanto è probabile che sia andata proprio come viene raccontata, avremmo un’imbarazzante sorpresa. La pubblicazione della Origine delle specie (1858) demolì la certezza d’immutabilità delle specie viventi, ma la nuova certezza che ne scaturì (credere cioè di poter ricostruire l’albero genealogico della vita e dell’uomo, o almeno una sua versione semplificata, sulla base dei fossili) è anch’essa franata quando il movimento cladistico affrontò il problema della scala temporale e della interpretazione inevitabilmente arbitraria di ciò che hanno da dirci i fossili. In Tempo profondo, Henry Gee sostiene che ogni narrazione che si riferisca a eventi avvenuti sulla scala dei milioni di anni, non può che essere un’ipotesi tendente alla speculazione, perché avvenimenti così remoti sono privi delle connessioni causa-effetto necessarie al racconto. Su questo terreno, perciò, non possiamo che fare affidamento sull’autorevolezza e prudenza degli scienziati che sostengono l’una o l’altra ipotesi. In decenni di paleoantropologia, però, una storia comunque si è affermata, e presenta un problema: il percorso evolutivo che conduce alla morfologia dell’uomo moderno ha bisogno per funzionare di concepire un salto evolutivo che Stephen Jay Gould ha chiamato il “grande balzo in avanti”. La discontinuità che emerge dalla lettura dei fossili è talmente difficile da spiegare che si possono avere idee diametralmente opposte di questo tipo: si può pensare che l’Homo Sapiens Sapiens si sia evoluto in circa 200 mila anni, oppure ritenere che l’uomo moderno sia stato creato 10 mila anni fa già nella sua forma unica e compiuta (lo pensa ancora oggi il 40% degli americani). Ma torniamo a un processo evolutivo che ci consideri al pari di ogni altra specie vivente “normale”. Possiamo immaginare una storia diversa e più verosimila (se non più probabile) di quella che abbiamo imparato e che va per la maggiore? Possiamo pensare, cioè, che una linea evolutiva dell’uomo possa avere avuto caratteri molto più simili ai nostri di quanto il senso comune suggerisce, poniamo 2, 4 o anche 6 milioni di anni fa, anziché accontentarci dell’idea di uno stupefacente salto qualitativo che non ci convince del tutto? Naturalmente possiamo e dal momento che non siamo scienziati, il nostro sarà un esercizio della fantasia, una speculazione. Nient’altro, insomma, che una storia diversa.

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