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Prestazioni da Sodio


Come riusciva un ominide a sopravvivere nell’habitat aperto di sette milioni di anni fa, con catene alimentari in trasformazione e caratterizzato da una lotta serrata per la sopravvivenza? La domanda può apparire ingenua: la lotta per la sopravvivenza è serrata per definizione, ma nella lunga fase che intercorre fra l’apertura degli habitat frequentati dagli ominidi e lo sviluppo della prima tecnologia della pietra capace di alterare il rapporto di forza con le altre specie viventi, non doveva essere infrequente per i nostri antenati terminare la loro esistenza fra le fauci di qualche grande predatore. Come un qualsiasi altro mammifero vegetariano, gran parte degli sforzi erano necessari per proteggersi. Un’altra grande parte delle energie doveva essere spesa per procurarsi il cibo, per se stessi e la prole. Infine, tolti questi bisogni primari, rimaneva il tempo per le relazioni con i simili e il riposo. In un ambiente così stressante, non si viveva a lungo. Eppure quell’ambiente rappresentò un’opportunità. Come riuscirono a sfruttarla i primi ominidi? Occorsero doti intellettive superiori agli altri animali, certamente, ma anche un metabolismo più efficiente e più adatto alla competizione. Partiamo da questo punto, cercandone traccia nell’uomo moderno. L’uomo moderno si spinge ai limiti delle sue capacità fisiche, ormai solo quando è in competizione con se stesso. Lasciando da parte le situazioni in cui questo si traduce effettivamente in un concreto rischio di morte, come per esempio in un conflitto armato, il modo migliore per osservare le prestazioni di un uomo moderno in condizioni di stress fisico estremo, lo offre lo sport professionistico. Sono molte le discipline che sfidano la tenuta biomeccanica del corpo umano. Nella quasi totalità degli sport praticati a livello professionistico, l’allenamento, la nutrizione, i traumi e l’inevitabile logorio fisico, producono livelli di stress in un certo senso confrontabili con quelli che dovettero affrontare i nostri progenitori alle prese con le dure leggi della natura. Prendiamo in esame l’Ironman Triathlon: la disciplina prevede un percorso di 3.86 km di nuoto 180.25 km di corsa in bicicletta e una maratona classica di 42.195 km, senza alcuna interruzione. Il record del mondo è di 7h 50′ 27″, come dire la durata di una normale giornata di lavoro trascorsa in uno sforzo fisico ai limiti delle possibilità. Naturalmente, il risultato viene dall’applicazione di atleti versatili, con caratteristiche psicofisiche ideali, tecniche di allenamento studiate scientificamente, nutrizione ottimale e un’adatta strategia di gara. Con le dovute differenze, qualcosa di simile deve essere avvenuto durante l’evoluzione della specie umana, favoriti dalla versatilità biomeccanica e da un metabolismo che permette prestazioni mediamente migliori considerando i diversi habitat. Ricordiamoci che prima della tecnologia, sono certamente ossa, muscoli e nervi, a fare la differenza, ma non solo. Oltre ai processi alimentari che consentono di costruire il fisico, accumulare risorse energetiche da bruciare durante lo sforzo muscolare, riparare i tessuti danneggiati, processi del tutto simili a quelli di molte specie di mammiferi, vi sono alcuni processi radicalmente diversi anche rispetto a una specie vicina come lo scimpanzé. Uno, in particolare, riguarda gli elettroliti del Sodio e la relazione che hanno con la regolazione dell’idratazione corporea. Un’interessante ricerca pubblicata su BJSM (27/09/2005), condotta nel 2001 su 413 atleti impegnati nella competizione di Ironman Triathlon del Sud Africa, ha dimostrato che la somministrazione di Sodio addizionale durante la gara, non è determinante ai fini delle prestazioni. Dunque, è il meccanismo metabolico e ormonale in sé che deve funzionare alla perfezione ed essere adeguatamente supportato nelle fasi preparatorie alla competizione. I processi metabolici collegati al Sodio consentono all’uomo uno straordinario livello di adattabilità, sia in ambienti con abbondante disponibilità di acqua che relativamente aridi, permettendo l’autoregolazione dei processi elettrolitici fondamentali al corretto funzionamento del sistema nervoso centrale.

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