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Adattamento a un ambiente aperto e competitivo


Una volta che si fu affermato il bipedismo, il nostro più antico progenitore dovette affrontare un problema molto serio: la stazza fisica e le caratteristiche morfologiche, che nell’habitat arboricolo si erano dimostrare utili per sfuggire ai predatori consentendogli di rifugiarsi agevolmente fra gli alberi, nello spazio aperto prodotto dal nuovo clima più arido lo esponevano, invece, pericolosamente. Oltretutto, la trasformazione dell’habitat doveva produrre effetti molto rilevanti sulla disponibilità di acqua e sulle catene alimentari. Abbastanza presto, sia le prestazioni fisiche che gli consentivano di essere più efficace nei confronti dei predatori e delle prede, che il rapporto tra cibo consumato e energia spesa, divennero probabilmente la principale direzione intrapresa dalla evoluzione. Uno studio pubblicato su PNAS (12265) dimostra che l’andatura bipede nell’uomo moderno ha un costo, in termini di energia spesa, inferiore del 75% all’andatura bipede o quadrupede dello scimpanzé. In un certo senso, il fatto che nell’uomo sia molto più efficiente che nello scimpanzé, ci può far supporre che la biomeccanica dei primi ominidi si sia dovuta trasformare molto, prima di raggiungere un livello ottimale.

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